La paura nelle valli è la lama di vento che fa sibilare gli infissi. Sbatte le persiane. Apre e chiude le finestre di colpo nel cuore della notte. E un uomo che si mette seduto sul letto, tiene ferma la mogliera, le tappa la bocca. Fa le orecchie per capiri se chiddi sono passi o rumori di natura. Si alza e si sposta verso la camera dei carusi. Annusa l’aria. Sente le puzze, l’odore di cacche e pappette, di giocattoli e das.
Era vento. Il cane sta bono.
Non c'è bisogno di fucile.
Chista è la paura.
La paura delle rapine in villa. Lo scanto degli straneri, tagliagole. Non siamo nel west, ma in alta Italia.
I pazzi, i morti ammazzati per una rapina, ci sono sempre stati da che mondo e mondo. Non è questo, però.
Adesso è paura generalizzata, la paura che diventa soggetto della politica. E non è una novità.
Tutta la prima repubblica è corsa veloce sullo scanto universale dei cosacchi ca abbeveravano i cavalli a San Pietro.
Ma permettetemi, di dire ca anche chidda era paura diversa. In fondo i comunisti li conoscevamo, erano i colleghi d’ufficio, erano i sindacalisti, gli operai, molti insegnanti e professori universitari, ce l’avevamo dintra casa. Eravamo noi stessi.
La lega invece adesso s’è messa a giocare con le nostre pance. Con chiddu vento ca faci alzare nel cuore della notte i padri di famiglia. A fargli pensare prima all’arabo, prima allo slavo, che al vento. D’inverno. Sposta la paura fuori, fuori di qui, e rende il soggetto della paura, visibile, chiaro. Cristallino.
Sta costruendo, secondo un meccanismo americano, la crociata epocale e moralista (la Hellfire Nation, di James Morone) che sia l’alcol o i comunisti, il probizionismo o il maccartismo, ha poca importanza.
Con grandissima abilità – o forse con sublime e geniale intuito, e molta stupidità – la lega si sta infilando in uno spazio politico vuoto, lasciato aperto: una prateria. E si sa che in politica gli spazi sono come le dita e il naso per i ragazzini, uno attira le altre.
Eppoi la paura richiede un nemico. Sempre, sennò impazzisci. Non sarebbe un film giallo, ma un film dell’orrore. La politica no, ha sempre bisogno di un buono e di un cattivo. Gli zombi lasciano il tempo che trovano.
Eccolà là, la campagna elettorale della lega nord.
Già me la vedo, con i furgoni tappezzati di verde e le magliette di Calderoli, le vignette, i disegni della Fallaci, e tutta la chincaglieria che serve all’occorrenza. Messaggio semplice, chiaro. Proposta politica netta, decisa. Fuori dalle balle. Invece della musica country, delle pannocchie, dei silos, di Gretchen Wilson ci sono chilometri e chilometri per tutte le valli del nord, per le pianure dei capannoni, le cittadine della nebbia.
Se loro per una maglietta bruciano il – nostro - consolato, danno fuoco alle – nostre - chiese, ammazzano i – nostri - preti. Allora, fuori dalle balle. Prima che andiamo noi a prendere i forconi nelle cascine e a piantarli nelle chiappe di questi negher affrica.
E gli altri? Gli altri tacciono. Tutti. Compresi gli alleati, fottuti e ingabbiati nei ruoli istituzionali. Chi fa il ministro degli esteri, deve parlare di dialogo, chi fa il ministro dell’interno deve parlare di dialogo. Berlusconi è dovuto andare da Al Jazeera. Capito?
Pure la chiesa è costretta a parlare di dialogo. Dovevate vedere la faccia di monsignore Fisichella l’altra sera. Principe della chiesa, con la lingua morsa quando ferrara gli chiedeva se culturalmente – culturalmente – religione islamica e democrazia vanno d’accordo, per ragioni di legame col trascendente, per il califfato…
Tutti devono stare zitti. Lasciano cianciare come al solito Ernestino sul Corriere della sera, che dice anche cose sagge (semel in anno), ma non possono parlare. Inchiodati, cornuti elettoralmente e mazziati politicamente. Lo spazio è della lega, il costo le dimissioni di Calderoli.
Il problema però resta, e resta anche per noi, noi centrosinistra, e per me ca me lo pongo. Io, siculo che gli arabi ce l’ho dintra alle vene, ca sarò anche pronipote di bastardi e sangue misto di qualche moro ca avi abitatato le mie terre, a qualche meraviglioso principe sultano, e insomma a mia sta beneamata minchiata di dialogo, non lo deve insegnare Livia Turco. Il problema però resta, e non lo risolvi col dialogo.
E resta negli strumenti, nelle risposte ai problemi. Risposte forti. Strumenti forti.
Mi permetto di usare il termine “forte”.
La teniamo noi una politica seria su chistu tema? O babbiamo, cacati sotto in vista delle elezioni?
Saremo capaci di chiamare l’ambasciatore di Libia e di chiedergli che minchia succede a Bengasi? Richiamare il nostro ambasciatore da Lagos e dire alla Nigeria, ce lo teniamo finchè non la finite di bruciare i preti.
Siamo capaci ? O abbiamo qualche problema con il petrolio della Nigeria, con il gas della Libia, non so, con qualcosa altro? Non lo so, le risposte non le tengo, ma forse qualcuno ci deve pensare, intanto cominciate a contare la percentuale di voti per la lega del "cretino" Calderoli. Contate, contate....
Tiene ragione l'amico mio Mario, dei giardinetti. U corriere è diventato anche isso un giornale per giunnalisti. Interviste a direttori, condirettori e 'ditorialisti, chiddu ca avi scritto chistu, quell'altro avi titolato quell'altro, fotina del notista, e della prima pagina ca "faci notizia". Una noia.
Ce n'erano già due di giunnali per giunnalisti, chiddi a quattro fogli, ca ormai sembrano saggi di filosofia morale uno, e non so cosa, quell'altro 'rancione. Praticamente, invece ca i blogghi si sono avvicinati alla stampa pubblicando notizie (non ne vedo in giro) i giunnali si sono avvicinati ai blogghi pubblicando minchiate. E facendosi le pulci l'uno con l'altro.
Una cosa ca mi dispiace, ma l'età non me lo consente più, è prendere l'autobus. Vorrei riannusare quelle belle fiate mattutine, i rimasugli delle cene della notte precedente, lo sbaffo di cappuccino. No, non sono masochista, è che mi manca un pezzo di vita vissuta, ca oramà conservo solo nei ricordi. Vedere gli studenti ca ripassano attaccati per una maniglia, e altri due ca si baciano. Osservare le donne di servizio - come la mia ziracca - ca vanno a spignattare nelle case nostre, contare tutti i diversi colori della pelle di chiddi seduti. Quando lo prendevo io, l'autobus, non c'erano stracomunitari, al massimo eravamo un po' di migranti come il sottoscritto. Si fumava in piattaforma, l'autobus si chiamava filobus, qualcuno urlava avanti c'è posto! e tra San Pietro e Termini qualche mano lesta ti sfilava il portafogli sul percorso dei turisti, la linea era il 64. Chissà se esiste ancora. Certe mattine ca vedo la ziracca stravolta, penso a quali fatica sia stare pressati, uno appiccicato all'altro. Penso alle capoverdiane ca si battono i denti per il freddo. Invece ci sono giunnate come oggi, ca la vedo sorridente, ca penso ca forse avi scambiato occhiate furtive con qualche omo. Ammiccamenti tra una curva e uno sbuffo delle porte ca s'aprono, macari un'appoggiatina alla frenata improvvisa. Lei - mentre glielo dico, ca lo scrive - mi dice: Don Marià siete pazzo! Non si dicono certe cose, lo sapete ca sono sposata al paese mio. E ha ragione, eppure penso a quanti amori nascono in fila ai commissariati tra richieste di soggiorno, e permessi per il ricongiungimento, quando chisti - ca sono davvero il bastone delle nostre vecchiaie - si mettono in coda all'alba, per avere il diritto di farci una minestrina. Eppure il sorriso della ziracca, oggi, tradisce qualcosa. Sono felice per lei, ma se lo ripeto, oggi non mangio.
Ma cu è chistu Camurri? Una volta tanto non mi trovo d'accordo col dutturi Sofi. A mia chistu Camurri non piace, è furbo, loquace, ma scrive prevedibile, come un soncino masculo. Ca è tutto dicere.
Invece vi invito, tutti quanti, a leggere la Guerra civile di Giovanni Pellegrino. E' volume da tenere sul comodino, per ragionare su cosa sia stato chistu paese dalla fine della guerra a oggi.
O zu Romano, non ci sente. Continua a faciri come u' zu Silvio. Attacca e dice ca iddu vende tappeti. Così ci facciamo male. Basta rispondere tono su tono. Lasciatelo pure debordare in tivvù e andate ad Abbiategrasso, a Pescara e a Melfi. Dividetevi u' paese e cominciate a fare la campagna lettorale parlando con le persone. Siamo undici partiti di coalizione, bene abbiamo il vantaggio di poterci dividere regione per regione e andare a spiegare che tipo di Italia abbiamo in mente. Basta con le interviste sulla tv, su Bonolis, e su minchiate di chistu genere. Ci sono cose assà cchiù serie di cui parlare. Sennò va a finire che iddu davvero spariglia, mette Letta - io penso davvero che alla fine lo farà - e noi rimaniamo col nostro candidato premier ca non sa fare di meglio ca dicere, ca lui, a Roma non ci vuole abitare.
Se continuiamo così lui ci fotte.
Bisogna sparigliare.
Immaginiamo insieme una bella conferenza stampa di tutta l’Unione. Ma con tutti, proprio tutti. Anche Mastella e Pannella, anche Scalfarotto e Bertinotti, Boselli e Pecoraro Scanio, seduti accanto a Prodi, Rutelli e Fassino. Mandiamo un messaggio sibillino ai giunnalisti. Un comunicato oscuro, che si pigghi l’attenzione di tutti. Sull’invito una semplice e breve notiziola: le grandi rivelazioni del centrosinistra su quello che sta accadendo nel paese. All’incontro i giunnalisti presenti potranno intervistare i testimoni più autorevoli.
Se proprio serve qualche fotografia, metteteci un paio di baffi finti, la foto del generale De Lorenzo, una copia di OP, chiddu ca volete.
Dobbiamo sparigliare sennò l’agenda della campagna elettorale la fa iddu. E iddu a sapi faciri nella canizza megghiu di noi autri. Sparge nero di seppia, macchia tutti, copre di un nero indistinto ogni tema, ogni questione. E ce ne sono da discutere. Ammanta le facenne più serie di grottesco e mistero, laddove urgono serietà e chiarezza.
Una volta che tutti sono lì, belli seduti dietro al tavolo con la bandiera dell’Unione alle spalle e i flesci ca sparano come nei migliori film ‘mericani,, Romano Prodi, solenne afferma: ecco le rivelazioni su quello che sta accadendo nel nostro paese, in questa fase della nostra vita politica ‘taliana.
Da dietro, trasi una vecchierella, semplice. Col fazzoletto sulla testa, la borsetta in mano, s’avvicina al leggio dove sta il microfono e principia a parlare.
Mi chiamo Agata, ho 78 anni, sugno di Catania, vivo di pinzione. Non ce la fazzu ad arrivare alla fine del mese. Non ce la fazzu ad aspettari tre mesi per faciri una nalisi clinica. Cinque anni fa, stavo meglio. Arrivederci.
Prodi saluta, ringrazia, si alza e la fa accomodare in prima fila, dove una decina di poltrone sono libere con solo un cartoncino con su scritto: RISERVATO – AUTORITA’.
Si vede una mano, una penna che s’alza, partono altri flesci. Prodi chiede ai giunnalisti pazienza. Aspettate per favore, le domande al termine. Gli altri, tutti i leader, zitti, seri e compunti. Nessuno ca fiata.
Prodi solenne, annuncia: prego, il secondo testimone.
Entra una coppia di ragazzi. Trent’anni più o meno, una carrozzina da spingere con dentro un caruso che avrà a mala pena un annetto emezzo. Solari, sorridenti. Si fermano al microfono e lei comincia: siamo Michela e Francesco, di Milano. Abbiamo uno stipendio in due, io sono laureata, ma non riesco a trovare lavoro. Lui ha un contratto a tre anni, viviamo in affitto, e nessuna banca ci fa un mutuo per comprare la casa. Cinque anni fa, stavamo meglio. Arrivederci.
Stesso percorso di prima, i due si assettano, non prima di aver baciato sulle guance la vecchina.
La sfilata dei testi autorevoli prosegue con Manlio di Roma, imprenditore che ha le idee, ma non ha i soldi per allargare la sua azienda, lui pure termina dicendo: cinque anni fa, stavo meglio. Arrivederci.. Con Luca di Ascoli, che vorrebbe fare il ricercatore in Italia, ma ha già il biglietto pronto per Boston. Andrea e Mara, quarant’anni, due figli, che fanno la spesa al discount. Vincenzo e Antonietta, di Vicenza, che non vivono di paura, ma certo la rapina in villa non gli avi fatto piacere. Giovanna che scherzosamente entra con un vassoio pieno di tazzine di caffè e dice solo eccovi, su un piatto d’argento, la riduzione delle tasse. Guido che avanza sulle stampelle e dice mi sono congedato sei mesi fa, ho una gamba sola perchè ero in Iraq per una missione di pace…
Uno via l’altro, si siedono. Uomini e donne ca non hanno lavoro, imprenditori che lavoratori non e trovano. Studenti ca non possono studiare. Nessuno è tristo o contrito, hanno il sorriso di chi vive con serenità un periodo difficile, è macari preoccupato ma non vuole perdere l’ottimismo per il futuro. I leader al tavolo, loro stanno zitti.
Al termine, quando tutti i testimoni del caso sono seduti, Romano Prodi scandisce: da adesso noi delle baggianate non parliamo più. Ci sono problemi seri da affrontare. I problemi degli italiani. Chi vuole continuare ad abbaiare alla luna, lo faccia pure. Noi abbiamo altro da fare.
I leader, tutti i leader, gli altri, annuiscono, seri.
Finisce la conferenza stampa e i giunnalisti si dividono in due. Una parte comincia a fare domande, a chiedere ai testimoni. Interviste, battute, richieste d’appuntamenti per inchieste e approfondimenti. Gli altri, chiddi avvinazzati dalla polemica quotidiana, col riflesso pavloviano muovono alla volta dei politici. Increduli del fatto che una parte di colleghi abbia lasciato campo libero. E sparano le loro solite innocue domande.
Onorevole Fassino cosa pensa della dichiarazione delle 12 e 22 di Bondi su Unipol:
Fassino sorride: penso che... nei primi cento giorni faremo una grande accordo con le banche per sostenere i mutui prima di tutte le giovani coppie, anche quelle non sposate. La faccia del giunnalista di agenzia è impedibile: stupore e incredulità.
Un altro va sotto a Rutelli. Presidente, sui cattolici, Rotondi (Rotondi…!?) ha detto, come valuta:
Rutelli accomodante prende a spiegare: valuto inaccettabile… la politica economica dei cinque anni appena trascorsi. Sull’occupazione noi …
Onorevole Bertinotti: la Margherita, ieri, in un convegno a Canicattì al quale erano presenti due consiglieri municipali e un segretario di sezione, ha avvertito gli alleati che…
Non è possibile – risponde il segretario di Rifondazione – che in questo paese non ci siano venture capital in grado di sostenere chi ha idee…
Vita es sueno?
Vi volevo faciri gli auguri di buon anno, care amiche e amici del blogghi.
Le feste da mia sono andate bene. Le solite cose, la solita nostalgia della mia terra. Dei profumi, soprattutto.
Avi cambiato ziracca e adesso chista cà, dice ca non capisci il siciliano, quindi scriverò meno nella mia lingua. O nella pallida imitazione di chidda mia, ca è una lingua beddissima.
Sta partendo una campagna elettorale violenta, cattiva. Saranno mesi in cui la merda verrà sparata nel ventilatore e tutti saranno ricoperti dagli schizzi. A mia chiste situazioni non piacciono. Sarà che sono vecchio ma mi faccio pirsuaso che così vince davvero l'antipolitica. E per fortuna che non ci sono altri berlusconi in giro, sennò l'italiano, il cittadino italiano, un antivoto - in questa fase - sarebbe pronto a darlo sulla scheda e a mandare a palazzo chigi un peron qualsiasi senza passare dal via.
Aspettiamo il processo per Consorte, vediamo come va a finire. Poi cominciamoci a chiedere qual è lo stato di salute dell'industria italiana.
A mia Ricucci, Coppola e Statuto non stanno simpatici. Ma non è che perchè hanno le scarpe a punta quadra, i capelli lunghi, tegono facce da parvenu li dobbiamo buttare al cesso. Fanno parte del panorama dell'economia di questo paese allo stesso modo di uno che produce scarpe o di uno che produce automobili. Tolti di mezzo i reati, un Ricucci ha lo stesso diritto di accattarsi il corriere di un Della Valle. Guardate che Soros mica è tanto diverso. E Donald Trump che in America è un icona del capitalismo cosa è se non un palazzinaro. Adesso tengono tutti la puzza sotto al naso. Andate a ficcare il naso nella cassaforte di casa Agnelli, e osservate senza lente di ingrandimento i cognomi: Gabetti. Non è uno che produce mozzarelle. Leggetevi l'assetto societario delle aziende di proprietà di Tronchetti Provera e chiedetevi cosa diavolo sia la Pirelli RE. Una roba immobiliare, ve lo dico io. Insomma adesso tutti a fare le verginelle, ma con la speculazione edilizia, in questo paese, tutti hanno fatto affari grandi e piccini.
Ripeto mettiamo da parte i reati, persguiamoli. Anche se quando penso a questa canizza mi viene proprio da ridere. Sì sì proprio ridere, anzi mi sbellico dalle risate. Adesso stiamo qui a parlare di etica, politica ed economia, ma nessuno caneava quando si depenalizzava il falso in bilancio. Com'è che adesso Sandro Bondi, ripeto Sandro Bondi, ci viene a dare lezioni.
Io, da chiddu chierico lombardo la morale non me la faccio fare. Voi se pensate che pagare un 15 metri con un mutuo sia immorale, fatelo. Anche se pensate che Fassino non doveva parlare con Consorte, fatelo. Ma domandatevi: perchè nel centrodestra le intercettazioni tra politici e imprenditori non le vediamo? Vi rispondo, tolti Brancher, Grillo e altri. Dicevo vi rispondo io: come fa Berlusconi a telefonarsi da solo?
Alcuni amici, cà sotto, mi ha detto ca potrebbe trasiri dalle mie parole qualichi misoginia. No ve l'assicuro, le fimmine mi piacciono, e assai. Mi piacciono anche molte giunnaliste e teleggiunaliste. Rispetto al posti cà sotto potreste tranquillamende togghiere la cinquina di fimmine e mettere cinque minchioni uomini, ma u' risultato è il medesimo.
U' vedete? Passa chianu chianu. Quasi indolori. Non ce ne accorgiamo cchiù. Ci stiamo abituando ai morti in Iraq come se niente fosse. E il metro nostro, di noi occidentali, ca misura solo i morti nostri, macari iddu è cchiù insenzibili. Dieci morti americani a Falluja, stanno lì a fare cornice, contorno. Di chiddi iracheni, è dall'inizio della guerra che ho perso le speranze di tenerne il conto. Tra un po' festeggeremo l'anniversario della guerra, e io ca sugno vecchio, non mi ricordo quando si cominciò: se nel 2003 o nel 2004, pinzate un po'. Ma se tanto oramà quelle parti noi ce le siamo dimenticate, ho come l'impressione, ca i marines morti ammazzati, cominceranno a funestare la vita politica 'mericana di qui a breve.
Stava seduto, le spalle rigide. Ha mosso la testa, ha guardato intorno per controllare che non ci fosse nessuno. Poi ha squadernato il giornale, ha preso in mano la pistola. S’è sbrigato, come avesse paura di ripensarci. L’ha avvicinata alla testa e ha sparato.
Un cristo stilizzato, di bronzo, ha osservato impotente la scena dall’alto, appeso in un abside di cemento armato. Testimone unico e muto.
Hai voglia a dire che è caldo. Il legno di una panca è freddo più del marmo e più del cemento armato delle mura di questa parrocchia di periferia.
Certo poi se uno le guarda bene troverà pure delle qualità. Ma se ti metti ad ascoltarle, se anche solo le lasci in sottofondo mentre parli con la ziracca rumena, capisci da che parte è andato a finire il giornalismo italiano. Non sono misognino. Saranno pure la compagnia di giro più apprezzata, la combriccola delle giornaliste dei servizi politici più in. Firme note e di pregio. Giacche di velluto e occhiali con montatura nera, un pensiero al look e uno al passato, alla cinémateque di Parigi nel ’68. Ma se davvero le ascolti, se ti fermi a sentire cosa dicono – adesso da Giuliano Ferrara - le cinque donne intorno al tavolo. T’accorgi che sparano minchiate.
Prima dello sparo. Nella frazione di secondo in cui ha squadernato il giornale e ha impugnato il calcio della pistola, l’autoreverse della memoria ha iniziato a mettersi in moto. Giusto dalla fine, poi sempre più rapido fino ad arrivare alla placenta. E se invece avessimo potuto osservare la storia, questa vita al rallentatore, gli ultimi fotogrammi avrebbero raccontato l’ingresso nella chiesa. La decisione inesorabile già presa e messa in tasca. Avremo visto i palazzoni, “la pampa”: quelle distese di campi che resistono sulla Tuscolana, tra case e Università. Due studenti che si baciano su un motorino. Un assistente di legge con il nodo della cravatta sbilenco che cammina spedito verso una sessione d’esame, la scritta Policlinico, e infine i passi decisi di un uomo al contrario.
Discettano di politica. Disegnano scenari. Parlano, incespicando nelle frasi, balbettano ipotesi, e ci lasciano capire che non sono donne d’immagine, ma di penna. Non sono per il video, prediligono il moleskine. Hanno accettato l’invito a otto e mezzo, come si fa al party dell’ambasciatore. Sarà pure una noia, ma non si può mancare. Manca solo un ospite in quella trasmissione: un inquilino che bisbigli perfido dal loro inconscio, ne sveli il narcisismo. Racconti sincero le velleità dell’apparire, che fino a quel momento erano concentrate in una fotina striminzita nel magazine del corriere, per la più fortunata. Per le altre, sfigate, nel distico della firma sopra l’articolo.
Non aveva bisogno di firmare, quando ha smesso di scrivere. L’avrebbero letto i carabinieri. Non c’era bisogno di firmare, quando aveva smesso di far scorrere la biro sul foglietto appoggiato sul tavolo di formica, in cucina. “Sono solo, abbandonato, non resisto più: mi uccido”. Che devi metterci in più? Nome e cognome? Quando sai che il maresciallo e il sagrestano, l’avranno letta quando tu sarai disteso sul tavolo della morgue, a pochi metri da dove l’hai fatta finita. Senza un cane a piangerti, perché eri solo, davvero. A settantadue anni, c’è poco da aggiungere.
Dovrebbero aggiungere analisi, le quattro sgallettate, farci capire cosa accade nel mondo della politica. Cosa può succedere se vince uno o perde l’altro. Spiegare. Spiegare. E’ un compito del giornalismo, e invece le donne di punta, le firme di pregio, dicono cose così banali che anche io – un vecchio pinzionato - che legge solo i giornali, riuscirei a pronunciare. “Tutto (!?) dipende da come vanno le elezioni”. “Se vince Prodi, avrà problemi con la coalizione…” Ma va? Davvero? Ecco dove la deriva del retroscena conduce la meglio gioventù della nostra stampa. Eppure il ciccione ci ha provato in tutti i modi a cavargli qualcosa: una domanda, poi un’allusione, e ancora una provocazione. Niente. Il resto di niente.
Quando arrivi alla fine, quegli istanti, minuti, ore ma anche i giorni che precedono lo sparo, le hai provate davvero tutte. Ma non resta niente, con evidenza. Parenti non ci sono. Quelle nipote lontana non telefona più, nemmeno a natale. E allora non bastano le chiacchierate di due minuti sul pianerottolo con la vicina, quando la incroci che appoggia fuori dell’uscio il sacchetto della spazzatura, e tu ti perdi ad annusare il profumo di un soffritto in arrivo dalla cucina. Basterebbe che ti dicesse: “perché non mangi con noi, oggi?” No, lei chiude la porta, saluta, e tu accendi la televisione. Quando ti scocci, chiami un numero verde a caso, giusto per sentire una voce giovane, che ti risponde di prammatica: cosa posso fare per lei? Se solo signorina potesse ascoltarmi. Clic.
Loro hanno smesso da così tempo troppo di ascoltare le persone vere che hanno anche perso la capacità di porre domande. Parlano di gilèt e portaocchiali, di conversioni religiose improvvisate, di cene e menu e feste, nelle case che contano. Poggiano l’orecchio per capire chi è che ha dato del cornuto a tizio, e del flaccido imbroglione a caio. Ascoltano i rumori, colgono le vibrazioni, ma smettono di cogliere il senso profondo delle cose. Eppure si sentono qualcuno perché hanno qualcuno che le foraggia di una merce a buon mercato: la notizia di ritorsione, che fa bene a te e male a me. Non intervistano, chiacchierano. Spacciano, contrabbandano la vita di condominio del palazzo della politica per una falsa verità. Eppure ce ne sono di giornalisti bravi e sconosciuti. Scrupolosi e attenti.
A casaccio nel nastro della vita, osserveresti angoli bui. Sentieri che si perdono in amicizie spezzate, amori lontanissimi. Uomini e donne morti prima di te. Con la malattia che li ha aiutati ad andarsene. E tante volte ti sei chiesto, quando già era diventato insopportabile osservare per ore la notte il soffitto senza chiudere occhio: “perché il Signore a me, una mano non l’ha data? Perché mi lascia qui a tribolare, chè non ha più senso, restare?” La sola risposta sarebbe la goccia d’acqua che cade nel lavabo incrostato di calcare. In quel silenzio, fa un rumore, che proprio non te l’immagini. Oggi, sui giornali, le firme di prestigio riempivano paginate inutili. La storia di questo vecchio, il volto disperato del prete che non ha fatto in tempo ad accorgersi di quel povero cristo che voleva morire, quasi non c’era sui quotidiani. Sono anziano e certe notizie mi fanno male al cuore. Sarà che mi identifico e quindi non scrivo nemmeno in siciliano. Sarà che le lacrime non mi escono più. Sarà. Ma io quelle cinque sgallettate, e la loro invereconda presunzione, non le leggerò più.
Voi autri non sapete la differenza ca passa tra una giunnata fridda-fridda e una normali, d'inverno. Sta nel come ti lavi. Nel bagno, infatti, da che mondo e mondo, non ci stanno i caloriferi. Per un periodo nel mio ci misi u' caddu-bagno. Ca si scassò poco dopo. Adesso l'unico sistema ca posso utilizzare è fare la nebbia: aprire la doccia, senza mettermici sotto, fare uscire tutta acqua cavura e bollenti, aspettare ca il cesso si trasformi in una pianura padana tropicale, con lo specchio tutto pannato, e poi, quasi a testoni, lavarmi a pezzi. La donna di servizio ormai ci avi fatto l'abitudine, i primi tempi mi guardava storta. La verità è che la doccia dopo i settanta non si può cchiù faciri. E proprio stamani mentre mi radevo, ho ascoltato la rassegna stampa di radioradicale. Mi sono prioccupato, ca sembra che coso, u' Minzolino, scriva sulla stampa chiddu ca ho scritto io ieri, su Ciampi. Perchè mi preoccupo? Picchì quando vado d'accordo con uno con cui non vado mai d'accordo, mi viene sempre da pinzare. Infatti poi, poco dopo, ho ascoltato u' retroscena (parola orribili, da cancellare, e da cancellare dal panorama giunnalistico italiano ca ormai s'avviticchia a origliare solo sui retrobottega) dicevo, u' retroscena di Verderami sul corriere, ca però spiega picchì Fini avi detto chiddu ca avi detto. Un bell'accordo tra Fini, Berlusconi e Bossi per tenere tranquillo chiddu du colli, di qui alle lezioni. La ziracca stamani poi mi avi letto u' commento di uno ca sotto, e mi avi stampato u' blogghi di chistu che propone il Ciampi bis. Non so che dicere. Belle intenzioni, strane fotografie, ma fare paragoni tra una Regina per la Gran Bretagna e un Re per la Spagna, con un Capo di Stato di una Repubblica, mi pare tanticchia sbagliato, per non dire di più.
Invece volevo sapere da voi ca siete giovani, ma chi è chistu Mario Adinolfo? Ieri sono andato dal vicino a vedere la televisione della parabola, e iddu mi avi mostrato, un tizio seduto a una scrivania, ca si vede ca vòli faciri il politico e non sa faciri il giunnalista. Parlava con Zaccaria, teneva sul tavolo il ritratto di tutta gente con la barba (Michele Moore e Giuliano Ferrara) e non si capiva nuddu di chiddu ca diceva. Il mio vicino dice ca è la tv dei ds. Ca si chiama Nessuno-tv. Mi sono spaventato, spero solo siano prove tecniche di trasmissione, ca si chisto è il futuro della Raitv di sinistra, va a finire male. Con la barba, senza barba, politico o giunnalista.
Quasi quasi mi candido anche io. Un consiglio circoscrizionale, un municipio picciriddro, una bocciofila o il consiglio d'amministrazione del centro anziani.
A mia Carlo Azeglio Ciampi, sta simpatico. Mi piace come s'è mosso in questi anni, solido, tranquillo, s'è fatto un settennato con la moglie mano mano nella mano a dare i resti a una classe politica che provava in tutti i modi a tirarlo per la giacchetta. La signora Franca procedeva con quegli improbabili rossetti fucsia, lui a parlare di Patria, a farsi un tuffetto a Caprera, a rimandare indietro qualche legge, a controfirmarne altre. Insomma ha fatto il suo mestiere. Molti lo vedono come il "nonno degli italiani".Quando hai un padre scriteriato, u' zu Silvio, l'anziano genitore appare di smisurata saggezza. Chiddu invece è un servitore dello Stato, che magari ce ne fossero.
Adesso però viene fuori che lo vogliono candidare a un altro settennato. Ma io dico... Vogliamo lasciargli godere in pace la pinzione a chistu benedetto vecchio, ca tiene 85 anni? O dobbiamo continuare a seguire sciagurati il sentiero della gerontocrazia italiana?
Abbiamo due candidati che veleggiano entrambi per i settanta. Si erano scontrati pari pari dieci anni fa. Stesse facce, con qualche chilo di più, i capelli bianchi in aumento, ca possono essere macari nascosti dalle tinture, ma sotto sotto la natura li fa crescere. Chistu - ve lo dice un vecchio - amiche e amici del blogghi è un problema serio. Se adesso ci teniamo pure lo stesso Presidente della Repubblica, significa ca non lasciamo spazio ai giovani. A chiddi ca dovrebbero tirare fuori l'Italia dalle sabbie mobili.
Mi spiegate perchè in Gran Bretagna, governa Tony Blair che ha 52 anni?
In Spagna, Zapatero, ne avi 45! E la Merkel ne tiene 51. I prossimi sfidanti francesi, Sarkozy, Villepin, Hollande, tutti abbondantemente intorno, anzi sotto i 50.
E noi? Vogliamo governare col catetere? Vogliamo affidare le redini di chistu paisi a gente - non entro nel merito - ca tra poco potrà avere problemi di prostata?
Penso che da Ciampi in giù, sia ora di lasciare spazio a chi è chiù giovani. E ripeto ve lo dice un vecchio. Uno ca è stanco, e ha l'unico orizzonte di riposare, di godersi la vita. Di osservare dalla finestra il cielo in una giornata bellissima, come chista di oggi, ca uscire, no. Non si può, picchì faci troppo friddo.
Spero proprio ca Carlo Azeglio ci dica ca no. Ca vòli stare con i nipoti. Vòli godersi la pinzione con la moglie. Riposarsi e scrivere libri di memoria. E chissà macari tenere un blogghi come chistu. Ca non lo scrivo io, per chi si chiede come faccia nei commenti ca sotto. Ma la donna di servizio, la splendida ragazza rumena, senza quale io non andrei avanti.
Vedete, pensate davvero che potremo consegnare l'Italia a chi ha bisogno di una badante?
Ca sotto si è svilupata una discussione su PPP. Se sapessi usari macari io i commenti ci scriverei ca mi faci piacere vedervi discutere ca dintra.
Noi vecchi, chiste giornate ci devastano. Ancora non hanno acceso u' termosifoni, a' mattina si gela, e rischi in continuazione di prendere malanno. Lo so ca voi ca siete giovani tutte chiste cose non interessano, ma vi assicuro ca stare senza termosifoni è veramente faticoso.
utente anonimo in L'odore d'a cuddura ...
utente anonimo in Un vecchio ca scassa...
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